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Il dilemma del ping-pong tra Camera e Senato

 

 

Molte persone partono dal presupposto che il rinvio di una legge dalla Camera al Senato o viceversa (il cosiddetto ping-pong, o “navetta”) sia un elemento in sé negativo. Riflettiamoci un momento: è davvero così? Moltissime volte il rinvio di un provvedimento da un ramo all’altro ha permesso di correggere veri e propri errori (formali e sostanziali) contenuti nel testo della legge; altre volte ha permesso a noi cittadini di conoscere il testo dei provvedimenti e decidere se intervenire in merito, se farci sentire e chiederne la modifica (senza dover arrivare a richiedere un referendum abrogativo); in altri casi ha permesso di aprire all’interno della società un dibattito che altrimenti sarebbe rimasto confinato ai politici. In alcuni casi nel passaggio da una camera all’altra qualcuno è riuscito a scovare nei provvedimenti piccole norme introdotte da qualche parlamentare lesto di penna solo per fare gli interessi di qualcuno (o ci siamo già dimenticati delle norme “ad personam”?). Ed ecco che la “fiaba della navetta cattiva” inizia a sgretolarsi.
Ma si dirà che ci sono casi in cui una legge si rinvia all’altra camera solo per allungare i tempi, perché in realtà quella legge non è gradita a una larga fetta del Parlamento. E questo sarebbe un guaio? Il Parlamento è il luogo in cui l’intera collettività è rappresentata, è lui che deve fare le leggi, non è il governo. Se non si riesce a formare una maggioranza attorno a un provvedimento forse è perché quel provvedimento non rispecchia la volontà della maggioranza dei cittadini. Questa cosa può non piacere, ma forzarla pur di dare a un governo il diritto di approvare tutto ciò che vuole è un puro e semplice schiaffo in faccia a ognuno di noi. Certo, si potrebbe obiettare che a volte quel rinvio è dovuto al semplice fatto che quella norma è “antipatica” a qualche “amico degli amici”; o ancora che non è possibile arrivare a un punto di incontro a causa della incapacità o non volontà dei parlamentari a costruire delle norme condivise. Ma questo allora è un problema di qualità della classe politica, non un difetto della Costituzione. Cambiare le leggi per adattarle a una cattiva classe politica serve solo a perpetuare quest’ultima.

Riassumendo, il ping-pong è un elemento di qualità, non un problema; è stato introdotto dai nostri saggi costituenti anche perché… “conoscevano i loro polli”. Abolire il bicameralismo perfetto è una diminuzione di qualità della democrazia, non un guadagno. E’ un grosso rischio per tutti noi; come minimo è un bel regalo per la cattiva politica.

 

Soresina, 2 novembre 2016

Prospettive falsate

 

Il dibattito che si va dipanando in queste ultime settimane rischia di incappare a mio parere in alcuni errori di prospettiva. prospettive

In questo referendum noi cittadini siamo chiamati a giudicare una proposta e una sola, non a scegliere tra vari “modelli” di Costituzione: non c’è la possibilità di presentare proposte alternative, anche se ce ne sarebbero a decine. Ciò avviene perché qualcuno ha deciso di approvare a qualunque costo la Costituzione che gli pareva: non c’è stata una Costituente in cui tutte le voci erano equamente rappresentate, non c’è stato un confronto con la società civile, non c’è stato neppure un dibattito sul fatto che queste riforme siano o meno necessarie per il Paese, per uscire dalla crisi. C’è stata una forzatura netta, sia sulla Costituzione che sulla legge elettorale, approvate con procedure inaccettabili, con voti di fiducia, con maggioranze differenti tra una lettura e l’altra.

Chi tanto si lamenta della “divisione del paese” e delle lacerazioni che questo referendum sta provocando dovrebbe fare un esame di coscienza sereno e forse capirebbe che la responsabilità di aver messo l’Italia in questa dolorosa condizione non è di chi si rifiuta di obbedire al capo e di chinare la testa, è di chi ha deciso di forzare ad ogni costo pur di approvare ciò che gli pare.
Oggi non si contrappongono neppure “due coalizioni” politiche, come alcuni sembrano ritenere: da una parte ci sono effettivamente le forze di governo (e quelle che ci entreranno il 5 dicembre) che hanno scritto e si sono approvate la loro proposta, che spingono ovviamente per il Sì. Dall’altra parte non c’è una coalizione. Ciò che appare (per errore di prospettiva) come “un” fronte del No è in realtà una serie di diversi fronti del No che non hanno e non hanno bisogno di condividere visioni politiche o programmi. Infatti le ragioni per cui scelgono il No sono molte e diverse, spesso profondamente diverse: ma questo non è un limite, perché questo variegato fronte del No non si è formato con l’obiettivo di sostituirsi a Renzi e al PD alla guida del governo. Condivide fermamente uno e un solo obiettivo: la necessità di evitare che si faccia scempio della Costituzione.

 

Giampiero Carotti

Cremona, 18 ottobre 2016