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La retorica politica del lutto smascherata da Charlie Hebdo

La ricerca del consenso politico si alimenta spesso e facilmente di discorsi sul lutto, anche davanti alle salme: l’idealtipo di questa situazione rimane per me il discorso di Antonio davanti al cadavere di Giulio Cesare. L’emotività che si accompagna al lutto è un’opportunità eccezionale, anzi insuperabile per chi cerca consenso, anche sui cosiddetti “valori”. Del lutto ci si vuole appropriare, lo si vuole gestire, in modalità molto differenti: il lutto è umano, le religioni se ne appropriano per motivazioni specifiche. Non solo le religioni. Parlare in occasione del lutto è tipico del terrorismo (di qui la classica domanda: “E’ opportuno pubblicare i comunicati dei terroristi?”). Anche lo Stato si appropria del lutto, in modi suoi propri, come i funerali di Stato. Nessuna meraviglia che i politici in generale parlino davanti alle salme delle vittime del terremoto di fine agosto. Ecco perché metto volentieri la parola “politica” tra virgolette: è un tipo di spettacolo.
charlie terremoto

Il lutto, tanto più se nazionale, è un fenomeno di sostituzione e di affermazione della soggettività che lo compie. L’opportunità politica di rappresentare uno spirito nazionale, totalizzante, è palese. Charlie Hebdo – al di là del contenuto delle  vignette che hanno tanto scandalizzato, ma costringono a pensare – hanno voluto irridere quest’operazione accusando il quieto vivere di un sistema morale assieme all’illegalità: “Italiani, è la mafia che costruisce le vostre case, non Charlie Hebdo” è la risposta del settimanale parigino alle tante critiche. La rinnovata soggettività che si rafforza superando il lutto viene così smascherata come un’operazione retorica e ambigua, che oltretutto un solo Stato, all’interno dell’Unione europea, non può compiere unilateralmente, per poi chiedere ancora margini di flessibilità di bilancio, e rivendicare l’anomalia italiana come un pregio, con la sua serie di condoni edilizi, la sua corruzione diffusa, i Comuni sciolti per mafia e il continuo pericolo di contatto fra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Non sarà la retorica a generare legalità. Il patriottismo superficialmente propagandistico e pretestuoso e l’ottimismo strascicato da un dato statistico stiracchiato all’altro, si accompagnano troppo facilmente a macerie e inchieste.